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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I sonnambuli – I. 1888 – Pasenow o il Romanticismo – Hermann Broch

I SONNAMBULI
I. 1888 – Pasenow o il Romanticismo
Hermann Broch
Traduzione di Ada Vigliani
Adelphi 2020

Adelphi, alla fine, continua a essere un’eccezione per queste cose qua e per la fissazione per gli apostrofi. L’apostrofo è estetica romantica, snobismo prussiano, tutt’altro dal piccolo borghese, narcisistico punto e virgola. Il fine giustifica i mezzi e lo spirito amorale è quello con la religiosità più pura e più ascetica.

A Broch ci s’avvicina con riverenza. Finta riverenza, naturalmente, diversamente non potrebbe essere. La riverenza serve a mascherare l’insofferenza e la malsopportazione. Come con Proust. Broch si malsopporta, si sa, lo so, lo sai, ancor prima d’iniziarlo, e quindi atteggi il muso alla riverenza. Soprattutto se t’appresti a iniziare Pasenow o il Romanticismo, sai che dovrai tenere un certo contegno, da lettore dignitoso e riverente, che legge composto e con sguardo aggraziato. Non si può certo pensare di scivolare sulle parole di Broch con le mezze braghe e le scarpe sporche di quando si legge un americano, ma nemmeno sbandando per l’ubriachezza erotizzante di un testo argentino, tanto meno con la rarefazione suicidaria della lettura dei nordici, per non dire del provincialismo sudato e accattone che richiede la lettura degli italiani. Quando si legge Broch, ci si riassetta e ci si dà un contegno berlinese. Come se t’apprestassi a leggere Stifter, o Walser, ma pure Thomas Mann, ovviamente Proust. Qualcuno s’immagina di leggere Proust in mutande, smangiucchiando una salsiccia e mollando di tanto in tanto una grassa scoreggiona? No. Se lo hai fatto sei una zotica.

Però vale anche il fatto che leggi Broch e sei subito in un gran mondo perduto. L’Arcadia della Mitteleuropa, la nostra infanzia, qualunque età tu abbia, lo è anche per te. Quel tempo e mondo mitico durante il quale vennero scritte pagine che non verranno mai più scritte. Mai più, fino all’estinzione del genere umano. Come il Trecento per l’arte. Si crearono opere, figurative, poetiche, simboliche, che mai più l’uomo sarà in grado di creare. Sono unicum irripetibili, non c’è neanche da porsi il dubbio che si possano ripetere. Non si ripeteranno mai più. Quindi, leggere Broch ha anche questo sapore di unicità, compresa la malsopportazione che ispira. C’è molta differenza tra malsopportare una delle voci di un tempo e mondo unico e irripetibile, e malsopportare la stronzetta della capetta di un ufficietto che si dà arie da quella che sa spiegare come stare al mondo ai suoi polletti di batteria.

Si potrebbe quindi affermare che leggere o rileggere I sonnambuli è un atto di buon gusto, in un’epoca che di buon gusto ne ha poco. Come lavarsi, tenersi puliti, mantenere un proprio decoro. Tutti atti che aiutano a conservare un buon grado di igiene personale. Vale per tutti, dal buon padre di famiglia al serial killer, un senso di decoro personale è indipendente dalle vicende della propria esistenza. Per lo stesso motivo si legge Hermann Broch. La morale la cacci dalla porta e rientra dalla finestra, come nugoli di zanzare dell’estate milanese, l’unico rimedio è barricarsi e ricoprirsi di liquido repellente anti-morale.

Mi sarei potuto fermare qua, ai nugoli di zanzare, perché un limite morale deve essere posto e non c’è alcun  bisogno di dire qualcosa della storia di Joachim von Pasenow, diviso tra la puttana Ruzena e l’aristocratica Elisabeth, al contempo ambiguamente legato all’ambiguo Bertrand. È una tipica storia fine Ottocento, inizi Novecento, una storia di passaggio tra un mondo e un altro, con le consuete rigidità germaniche e le altrettanto consuete ambiguità germaniche. Si potrebbe anche dire solo questo, se ti va di leggere una storia così, ecco qua il primo dei tre volumi de I sonnambuli, se non ti va, bene lo stesso ed estranei come prima.

Ma c’è invece un terzo in quello che si pensava fosse il solito incontro a due, felice o infelice che si riveli. Questo è un incontro a tre e, non so se per te i triangoli sono cosa da tutti i giorni, per me non lo sono e per questo fanno perdere la bussola, come dicono quelli che vanno per mare quando si trovano a navigare alla cieca, senza sapere bene se stanno dirigendosi in su, in giù, da una parte o dall’altra.

E il terzo a sorpresa è Milan Kundera. Non uno qualunque a cui i prussiani di Adelphi possono chiedere di scrivere una postfazione e che magari svolge il compito con gran sfoggio di erudizione e sagacia. Milan Kundera, proprio Milan Kundera in persona con la sua massa di svariate tonnellate. Come dire, la voce contemporanea autenticamente più vicina a quel tempo e mondo unico e irripetibile nel quale viveva Hermann Broch. Puoi leggere Broch anche tutta la vita, ma non riuscirai mai a sentirne la consistenza come la sente Milan Kundera. È una gara persa in partenza, rinunciaci, non sprecare le tue energie per una cosa tanto insensata. Mettiti comodo e ascolta. E cerca di capire cosa dice. Perché questo che leggi non è I sonnambuli di Hermann Broch, primo volume. Questo è I sonnambuli di Hermann Broch, primo volume con la voce di Milan Kundera. Come prima, c’è molta differenza tra uno e l’altro, sembrano simili, sono completamente diversi.

Bisogna leggere I sonnambuli attentamente, lentamente, fermarsi sulle azioni insieme illogiche e comprensibili per vedere l’ordine nascosto, sotterraneo, sul quale si fondano le decisioni di un Pasenow, di una Ruzena, di un Esch. Questi personaggi non sono capaci di affrontare la realtà come una cosa concreta. Ai loro occhi, tutto diventa simbolo (Elisabeth, simbolo della quiete famigliare, Bertrandt, simbolo dell’inferno), e quando pensano di agire sulla realtà non fanno che reagire ai simboli.

Leggere

attentamente

lentamente

l’ordine nascosto

sotterraneo

agire sulla realtà

reagire ai simboli

L’ho riletto, con l’occhio cisposo di Milan Kundera dietro la nuca. Attentamente. Lentamente, cercando l’ordine sotterraneo e la reazione ai simboli. Potrei dirti anche io, per l’immodestia che mi contraddistingue, per questo demone che mi divora le viscere, il cervello, questo mostro che mi possiede, potrei dirti che questo mio commento dovresti leggerlo lentamente, attentamente, perché anche qui c’è un ordine sotterraneo e un sistema di simboli che io come Broch uso per esprimermi, perché non so fare altrimenti, non ho canali diretti, né la pazienza di costruirli. Ma mi trattengo dal fare questa sceneggiata superflua e rientro nel solco kunderiano.

È un’esperienza meta e patafisica leggere con la voce di qualcuno nella testa che ti guida… attentamente, lentamente, ordine sotterraneo, reagire ai simboli… diventa una lettura intrisa di misticismo luterano quando si rallenta oltre una certa soglia, perché si sgranano le parole, si perde l’uniformità tipografica e pure la compostezza teutonica degli Adelphi evapora, anziché salire, come vorrebbero far molti con l’idea vana che da posizione più elevata si veda di più e meglio, allora si scende di livello, già Dostoevskij lo ricordava, ma ancor prima Dante, Virgilio, i greci, sono sicuro che fin dall’inizio di tutto, perfino a Ur, qualcuno già lo sosteneva e lo praticava, che per vedere di più e meglio, occorre tanto salire quanto scendere, allargare l’orizzonte tanto quanto farsi ciechi per le tenebre del sottosuolo, come talpe, come vermi, cavarsi gli occhi come un filosofo pazzo per vedere di più e meglio, attentamente, lentamente, l’ordine sotterraneo, i simboli, reagire ai simboli.

Quello di Kundera diventa un mantra dal quale I sonnambuli di Hermann Broch non si libereranno più, perché saranno diventati una porta, non più un libro, una porta che una voca di basso indica e che tu apri.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 luglio 2020 da in Adelphi, Autori, Broch, Hermann, Editori con tag , , , .

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