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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I poveri – William T. Vollmann

I POVERI
William T. Vollmann
Traduzione di Cristiana Mennella
Minimum Fax 2020

Dice Vollmann nell’introduzione:

Ecco perché un grande scrittore che conosceva davvero la povertà ha scritto: Mai, o quasi, chiedono il perché gli umili, di tutto quel che sopportano. Si odiano gli uni con gli altri, e tanto basta.

Prima, proprio all’inizio, aveva anche detto:

Di certo non mi sentivo in grado di portare avanti una riflessione su nessuna particolare incarnazione della povertà, come quella tentata così appassionatamente in Sia lode ora a uomini di fama. Dico «tentata» perché perfino quel capolavoro esprime a più riprese la propria inadeguatezza, e dunque e soprattutto, il proprio senso di colpa.

Ho riletto l’introduzione dopo che ho finito il libro e ho capito quello che non avevo capito la prima volta, prima di conoscere i suoi, di Vollmann, di poveri. Ognuno ha i propri poveri, ognuno che non è povero, intendo. Un po’ come quella faccenda delle famiglie felici e delle famiglie infelici di Tolstoi. I poveri, ognuno ha i propri poveri, mentre i ricchi, i ricchi sono tutti uguali.

Prendo tempo per non venire subito al punto, che in realtà continuo a fissare, anche mentre scrivo, lo fisso, è immobile, nel centro del campo visivo, lo sguardo non si stacca dal punto. Il punto ora, per me, è che Vollmann come prima cosa citi Sia lode ora a uomini di fama. Chi non lo ha letto, o anche chi lo ha letto ma solo distrattamente, magari guardando più le fotografie di Evans che leggendo le parole di Agee, non comprenderà cosa cerco di dire. Mi dispiace, ma non posso fare diversamente. Non voglio, non non posso.

Che Vollmann lo citi come un capolavoro me lo riporta al centro del campo visivo, ne fa il punto. Sia lode ora a uomini di fama è un capolavoro memorabile sui poveri visti dai ricchi che cercano di immedesimarsi, per quanto è loro possibile, con la vita dei poveri e con il pensiero dei poveri e con le loro emozioni e speranze. Ed è proprio come commenta Vollmann, dal capolavoro di Evans e Agee cola senso di colpa per non poter sentire ciò che i poveri sentono, nemmeno andando a vivere con loro, condividendo la stessa miseria, lo stesso fetore, la stessa mancanza di intimità, le stesse pulci e pidocchi.

Il senso di colpa è sempre una dichiarazione di incapacità.

Inizia dal senso di colpa il reportage di Vollmann e il viaggio del lettore sulle sue tracce. Inizia caricandosi addosso il proprio senso di colpa. Se non lo fai sei solo un piccolo presuntuosetto arrogante. Meglio che te ne vai se non ti pugnali cento volte con il senso di colpa ogni volta che passi davanti alla parola “poveri”.

ll testo spazia su un arco di vent’anni, girovagando ai quattro angoli della Terra, Vollmann incontra poveri di molte specie e generi differenti. Li intervista con fare da tassonomista – mi verrebbe da dire anche con modi da tassidermista, anche se penso di dirlo più per motivi di assonanza che altro – ogni suo povero rappresenta una nicchia particolare dell’evoluzione della miseria, ogni povero di Vollmann lo conosciamo appena, ma subito siamo certi di una cosa: rimarrà sicuramente tale, la sua povertà è epocale, lo riveste come fosse la sua epidermide, sono le sue fattezze, è un fenomeno non individuale ma ambientale, come l’aria che si respira, pulita, infetta, radioattiva, lurida che sia. Non usate la parola “destino”, non c’è alcun destino, o destinazione o predestinazione che si voglia, il concetto di destino è completamente artificioso e vuoto. I poveri di Vollmann non hanno destino, perché per avere un destino occorre credere in una promessa di vita futura.

Sono soltanto ciò che sono, come lo erano i poveri di Evans e Agee, come forse lo sono tutti i poveri, o tutti e basta.

Sto di nuovo prendendo tempo, giravoltando con le parole mentre fisso il punto, il nuovo punto. Il nuovo punto mi fa fatica dirlo o scriverlo. Posso dare l’impressione di freddezza e cinismo, e forse è pure giusta come impressione, ma ciò non toglie che debba anche lottare con l’emotività e il punto che sto ora fissando mi provoca turbamenti emotivi. Per questo prendo tempo.

Tra i poveri di Vollmann non c’è redenzione. Evans e Agee si contorcevano nei sensi di colpa, Vollmann prende la direzione opposta ed espunge ogni traccia di redenzione dalla sua tassonomia dei poveri. Lo ripeto: per i poveri di Vollmann non c’è redenzione, pensate ai significati sconvolgenti dell’assenza di redenzione.

La prima cosa che probabilmente viene in mente è la religione cattolica. Certo, la redenzione dei cattolici è ciò che dà scopo alla vita terrena. Gli ultimi saranno i primi, per i ricchi non ci sarà Paradiso, vengano a me i peccatori, la povertà come regola dell’esistenza. Tutto per la redenzione. Le peggiori sofferenze terrene per la redenzione. Tolta la redenzione non esiste religione cattolica. Non solo quella cattolica. Tolta la redenzione però non esisterebbe nemmeno il capitalismo e la sua viscida idea di povertà come colpa personale e della redenzione capitalista la via per uscire dalla povertà e percorrere il viale del successo mercantile. Tolta la redenzione non esiste neppure la rivoluzione proletaria e nemmeno la riscossa nazionalista. Se si toglie la redenzione non rimane praticamente nulla di ciò che siamo e che ci definisce. Rimane la miseria che siamo. Rimangono i poveri di Vollmann.

Mi fa fatica dirlo, ho fatto fatica ad ammetterlo, ma è il motivo per cui ho riletto l’introduzione e quello che ho capito la seconda volta e non potevo capire la prima.

Se si fissa con lo sguardo questo singolo punto nella sua cruda essenza metallica, l’assenza di redenzione come categoria dell’esistenza, allora si comprende tutto il resto: la freddezza dello stile di Vollmann al limite dell’insofferenza, l’apparente cinismo con cui si rapporta ai poveri, la sua insistenza nel ripetere che le interviste sono pagate, la noncuranza che ha nell’infilarsi in luoghi fetidi per scovare quella nuova specie di povero da inserire nella tassonomia, si capisce, forse, anche il mio riferimento al tassidermista, ancora la noncuranza con cui sembra assistere al disfacimento degli individui che avvicina e la stessa apparente indifferenza che sembra voler rimarcare e sottolineare verso le sofferenze umane. Tutto questo, però, combinato, in apparente contraddizione, con un senso di fratellanza e di umana vicinanza con quei derelitti.

Vollmann ha respirato profondamente le immagini e parole di Sia lode ora a uomini di fama e sapendo che non avrebbe mai potuto eguagliare quel capolavoro, lo ha rivoltato, sostituendo al proprio senso di colpa, l’assenza di redenzione dei poveri. Il risultato è a suo modo memorabile, potente, destabilizzante, perché se ai sensi di colpa e ai loro tormenti siamo abituati e volentieri accondiscendiamo al loro potere taumaturgico, l’assenza di redenzione invece ci colpisce come una doccia gelata, ci avvolge del suo odore nauseabondo, ci spoglia, il re è nudo, no! noi siamo nudi senza il mantello della redenzione che tutto giustifica e indora.

Togliti quel comodo mantello se vuoi iniziare a provare davvero il significato della miseria.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2020 da in Autori, Editori, Minimum Fax, Vollmann, William T. con tag , , , .

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