2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Quando abbiamo smesso di capire il mondo – Benjamín Labatut

QUANDO ABBIAMO SMESSO DI CAPIRE IL MONDO
Benjamín Labatut
Traduzione di Lisa Topi
Adelphi 2021

Nonostante il mio animo ormai del tutto prevenuto nei confronti della saggistica divulgativa di Adelphi, ho letto questo Quando abbiamo smesso di capire il mondo incuriosito dai toni che ne stanno accompagnando la robusta promozione. Copertura stampa insolita, nei toni ancor più iperbolici del solito iperbolismo debordante e per l’oggetto, un libro presentato come saggistica scientifica divulgativa, genere che ancora stenta in Italia e invece ha una parte considerevole nel mondo anglosassone (tutto stenta in Italia quando si tratta di produzione culturale, il meglio che si può fare è la classifica di cosa stenta di meno).

A ogni modo, esiste, anche se debole, e ha raggiunto le nostre provincie, un’onda benefica che spinge verso una popolarizzazione della divulgazione scientifica. Forse si tratta della stessa medaglia digitale che nel rovescio ha la diffusione di teorie e dicerie pseudoscientifiche che stuzzicano la credulità e l’ignoranza popolare. Però è un fatto che, tra molti alti e bassi, lo spazio che si conquista una informazione scientificamente corretta, ma anche accessibile a tutti nelle forme e nei modi, sia da apprezzare e sostenere. Certo ci sono pochi alti, bassi spaventosi e una consapevolezza diffusa quanto mai fragile, eredità della tremenda epoca televisiva degli ultimi 40 anni che ci ha lasciato la convinzione che la vetta massima di divulgazione scientifica sia Piero Angela e che in fondo pure uno come Giacobbo non sia malaccio. Ci vorranno generazioni per recuperare i danni della televisione, anche nella migliore delle ipotesi.

Comunque, Adelphi, come noto, è da un po’ che ci prova ad aprire questo spazio proponendo titoli con buona frequenza. E risultati spesso modesti. Con questo titolo sembra voglia dire: “Questa volta vai tranquillo, questo libro è una garanzia… vai tranquillo, ga-ran-ti-to!”.

Bene. La consapevolezza dei propri mezzi è cosa buona.

Dopo questa premessa voglio dire due cose:

  1. commentare il libro
  2. commentare come viene presentato il libro

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1. Commento al libro

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Questo libro si legge velocemente e con facilità. Scorre, scivola bene, senza intoppi per lettori a digiuno di cose di scienza e anche di divulgazione scientifica, intrattiene senza pretendere impegno, lascia con l’impressione di essere migliori di prima. Scorre in effetti come una miniserie televisiva di quelle confezionate da mani esperte. Personaggi fortemente caratterizzati, belle facce di attori, fotografia calda e invitante, un po’ di sesso, un po’ di thrilling, un po’ di ragionamenti intelligenti, qualche avventura, musica con il ritmo che sostiene l’azione, regia con i tempi giusti. Né Piero Angela e nemmeno Giacobbo, lo si potrebbe inquadrare in un genere inesistente di fanta-simpli-scienza, tutto diverso dalla fantascienza senza trattini. Nella fantascienza si inventano mondi fantastici descrivendoli quanto possibile con verosimiglianza scientifica. In questo genere della fanta-simpli-scienza si fa il contrario: si prende la scienza (una teoria scientifica, degli scienziati, delle invenzioni o scoperte), la si riduce a una caricatura di se stessa e la si incarta in un racconto fantasioso. Il risultato è questo genere di libro: 10% scienza, 50% feuilleton, 40% rubrica Forse non tutti sanno che… della Settimana Enigmistica.

Calma! Un momento prima di indignarsi per la composizione apparentemente poco rispettosa. Intanto va detto che il feuilleton è un genere di letteratura popolare che ha sempre avuto grande successo e quindi non c’è niente di male a riproporlo, pure se a farlo sono i supersnob milanesi; in secondo luogo alzi la mano chi si è privato del gusto e piacere di leggere le arguzie della rubrica Forse non tutti sanno che… e infine il 10% di scienza è pur sempre meglio di niente in una popolazione che mediamente di scienza non assaggia nemmeno un boccone piccolo.

Quindi, si può certamente apprezzare questo libro, se messo nella giusta luce e proporzione, così come si apprezza un panino al salame o il Festival di Sanremo senza sentirsi sminuiti in nulla. Certo, vanno mantenute le giuste misure, altrimenti si scivola nel ridicolo o pure peggio nel patetico. Un panino al salame è gustoso ma non lo si può paragonare a un piatto di Bottura, il Festival di Sanremo, anche gli amanti del genere devono ammetterlo, propone quasi solo musichette e canzoncine, e Benjamín Labatut non è neanche lontano parente di un Philip Ball (per citare uno che scrive saggi scientifici divulgativi di grande qualità).

Questo è quanto riguarda il libro.

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2. Commento ai commenti al libro

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Veniamo invece a come si parla di questo libro. Proseguendo secondo la logica che ho descritto, va da sé che se quando qualcuno presenta il Festival di Sanremo come l’evento musicale straordinario che il mondo intero ci invidia ci sono tre possibilità:   

  1. chi lo afferma è fuori di senno;
  2. chi lo afferma pensa che chi ascolta sia un fesso;
  3. chi lo afferma non è fuori di senno e non pensa che chi ascolta sia fesso, ma lo dice lo stesso perché è così che crede che si debba promuovere il Festival di Sanremo.

Quale sia la risposta esatta non lo sa nessuno e ovviamente se prendessimo tutti quelli che incensano il Festival di Sanremo troveremmo tutti e tre i casi. Però, adottando una certa misura nel giudizio e il sempre ottimo criterio del rasoio di Occam, si deve probabilmente dedurre che le opzioni 1 e 2 sono minoritarie e invece sia la 3 quella che più rappresenta la maggioranza dei casi.

La tendenza all’ultraiperbolismo fine a se stesso permea sia la cultura commerciale italiana, e non solo italiana, sia la produzione culturale italiana e questo avviene quando si vendono utilitarie, eventi canori o libri di fanta-simpli-scienza.

Leggere come è stato presentato, recensito e commentato questo libro è imbarazzante. “Imbarazzante” è un aggettivo abusato e divenuto suo malgrado vittima di uso gergale, ma in questo caso mi sembra il più appropriato, perché la naturale tendenza empatica produce realmente un senso di imbarazzo a leggere quanto scrivono persone che dovrebbero offrire opinioni e giudizi ponderati.

Su Il Manifesto, il recensore vuol far credere di non rendersi conto che le narrazioni delle vite degli scienziati presentate nel libro sono largamente inventate e scrive quindi un pezzo surreale sulla pazzia degli scienziati, completamente fuorviante per chi legge.

Poi viene “un saggio che non è un saggio, tra letteratura e scienza” (questo sembra il vecchio Catalano di Quelli della notte) per Il Venerdì di Repubblica che ricarica la dose facendo credere che alcuni dei più celebri fisici e matematici del Novecento fossero veramente come se li inventa Labatut, cioè degli eminenti squilibrati mentali, depravati sessuali e pazzi psicotici per via delle profondità dell’abisso di conoscenza che avevano osservato.

A seguire Il Libraio con “narrare l’oscuro della scienza” che vorrebbe indurre quel bel pruritino che fa leggere storie scabrosette e torbide, ovviamente facendo finta che il tutto sia ottima divulgazione scientifica.

Su Il Foglio si sceglie il tono spiccio da ultraborghese modernista che schifa la “cialtroneria di Wikipedia” (cit.) e invece colma l’atavica ignoranza di scienza degli uomini d’affari leggendo arguzie inventate su scienziati famosi e per questo concludendo convinto di aver capito “il rischio estremo, lo spettro dell’estinzione” (ripetuto due volte in dieci righe, cose che succedono a vedere spettri). Mah!

Poi diversi altri che come quelli già citati fanno credere a chi legge che i libro racconti per filo e per segno, in perfetto stile Grande Fratello, le depravazioni dei grandi scienziati, seguendoli passo passo mentre si masturbano, cagano per strada, sognano di scopare una ragazzina tubercolotica e altre scenette gustose del genere.

Tutti indistintamente infilano il sottotesto, bello grosso e lampeggiante, che quanto più uno è uno scienziato geniale, tanto più è destinato a diventare un pazzo psicotico e depravato perché vede cose che mente umana non può sopportare. Sembra come se tutti abbiano interpretato il libro in chiave di riduzione nietzscheana per spot pubblicitari.

Vedo un unico caso, credo sia da Il Giornale, in cui la giornalista ha un sussulto di onestà intellettuale e lo definisce “un romanzo” senza inutili ricami, cosa che in effetti è, non un saggio, non divulgazione scientifica (10% al massimo).

Termino questa carrellata degli orrori con questo: “Un viaggio al termine della notte accomuna i grandi protagonisti della scienza moderna […]” (Robinson di Repubblica).
Cosa dire? Nella divulgazione scientifica, saltare da Nietzche a Céline è un attimo. Oltre il bene e il male…

Qui si pone un problema serio, ignorato nella sua sostanza e che si ripresenta di continuo.
Riprendendo le tre ipotesi iniziali, non credo ci sia malafede in chi presenta il libro in modi tanto fuorvianti. Credo sia una combinazione tossica di elementi molto comuni:

  • l’idea malsana che per presentare un libro sia necessario sbracare nelle ultraiperboli perché solo esagerando si convince la gente a comprarlo;
  • una chiara propensione a compiacere il committente (la casa editrice, l’editore della testata giornalistica) un po’ per abitudine e indole, ma anche perché la figura del recensore compiacente è merce che si trova in abbondanza, quindi se non lo fai tu, dalla prossima volta lo farà qualcun altro;
  • una diffusa ignoranza di scienza e delle pubblicazioni di divulgazione scientifica (entrambe le cose, insieme, conoscerne una sola non basta) per cui per timore di dire fesserie si prende la strada sicura dei luoghi comuni e della banalizzazione;
  • una radicata diffidenza verso il pubblico dei lettori italiani, i quali dal canto loro non perdono occasione per confermare le opinioni peggiori su di essi. Il mondo digitale per questo fornisce conferme a ritmo costante;
  • la qualità delle testate giornalistiche precipitata a livelli che non molti anni fa si associavano a chi si rivolgeva alla parte più retriva e ignorante della popolazione;
  • la irrilevanza del ceto intellettuale, i cui componenti più visibili, siano essi scienziati o umanisti,  hanno dato tali e tante prove di indegnità e superficialità che ogni autorevolezza e credibilità è perduta per generazioni;
  • non cito neanche i politici e il ruolo che potrebbe avere lo stato nella crescita culturale del paese, non ci sono più aggettivi abbastanza negativi da usare per loro.

È il classico caso di crimine senza un colpevole ma con molti complici. Sarebbe ingiusto prendersela con Adelphi o con questo o quel recensore. Però è altrettanto ingiusto non ripetere che stanno tutti contribuendo a peggiorare lo stato delle cose.

5 commenti su “Quando abbiamo smesso di capire il mondo – Benjamín Labatut

  1. Antonello Puggioni
    9 marzo 2021

    A proposito di ….seguendo il Suo bellissimo, per un lettore insaziabile come me,blog ho appena finito di leggere SPILLOVER di Quammen. Spinto sia dalla recensione che dal fatto ami parecchio la saggistica scientifica e pure dal bisogno di provare a saperne un pochino di più sugli eventi che stanno segnando la nostra vita da un anno a questa parte.
    Per un profano assoluto quale sono è stato un bel viaggio dentro la dinamiche delle zoonosi, gli sforzi per venirne a capo, le conseguenze a breve e medio termine per tutto il nostro mondo….
    E non posso che concordare desolatamente con il Suo commento poco sopra…chi davvero dovrebbe fare ogni sforzo per comprendere e far comprendere e magari trovare soluzioni appare davvero come qualcuno che non sappia nulla di cui sta parlando…..Più Feynman e meno Angela, mi verrebbe da dire.
    Un caro saluto

  2. Luca
    3 marzo 2021

    metto la recensione come sempre interessante da parte e se mi è permesso pongo un quesito: esiste in qualche altro Paese un evento paragonabile a Sanremo, dove un’intera nazione o quasi non parla d’altro (esagero) che di musica per una settimana? Io sinceramente non lo so, ma credo proprio che possa essere qualcosa che chiunque potrebbe invidiarci, senza problemi. Perché da qui è forse passata la vera Unità d’Italia, superando i dialetti e le differenze tra regioni, cioè attraverso la TV e il Festiva della Canzone. Le canzoni possono piacere o meno (ed è sacrosanto e doveroso criticare aspramente la maggior parte di quelle che vengono presentate, quasi sempre della stessa salsa) ma se esiste qualcosa di simile anche altrove nel mondo, che abbia lo stesso impatto culturale, ammirerò profondamente qualsiasi altro singolare evento culturale, come questo nostro peculiare festival della canzone leggera, tipicamente italiano. Un momento in cui si fa la guerra a parlare di musica, senza imbracciare armi e senza nemmeno alzare le mani. Un saluto per te

    • 2000battute
      3 marzo 2021

      Capisco cosa vuoi dire e hai ragione. Sanremo viene ingiustamente preso a pretesto e a emblema del provincialismo italico dagli snob ipercritici come me. È ingiusto, Sanremo ha una storia nobile, come ricordi, e se anche oggi non ha più la forza di un tempo, però non fa del male a nessuno.
      Quindi, chiedo perdono al povero Festival di Sanremo per averlo strapazzato senza che avesse colpe.
      In realtà non ce l’avevo con lui ma con il difetto diffuso, quello sì credo colpevole, di eccedere nelle iperboli quando si commenta un evento culturale. Prendere Sanremo come esempio era solo per far della scena, più appropriato sarebbe stato citare i festival letterari, le rassegne culturali, gli inserti culturali, le recensioni sulla stampa e tutto l’insieme indistinto di commenti pubblici. È sempre più difficile e raro trovare il commento ponderato, il sano distacco che rende naturale allo stesso tempo apprezzare alcune parti e criticarne altre, avere allo stesso tempo un’opinione positiva e negativa, il tentativo di spremere il contenuto culturale di un’opera, un’evento, una iniziativa. È (quasi) tutto inquinato. Come un fiume inquinato, un’aria inquinata, un alimento inquinato. C’è (quasi) sempre qualcosa di tossico mescolato alle recensioni, ai programmi culturali, ai festival letterari, alle rassegne culturali: l’incapacità di essere diretti, una diffidenza di fondo nei confronti di chi ascolta che giustifica le iperboli insensate, le smancerie, l’atteggiarsi, i paternalismi, gli accomodamenti, le balle palesi. Questo sì credo che sia deleterio.

  3. Domenico Fina
    28 febbraio 2021

    Ottime impressioni di lettura e considerazioni allargate sulla saggistica Adelphi. Concordo con te.
    Un recente Adelphi lo salverei, si tratta de
    “Le civette impossibili” di Brian Phillips, Adelphi 2020. Sono otto prose narrative di squisito, egregio valore. Quanto al resto boh.
    Ciao Marco

    • 2000battute
      1 marzo 2021

      Ciao Domenico. Me lo devo procurare Le civette impossibili.
      Per il resto, è incredibile come anche editori e commentatori più che esperti quando si trovano a parlare della saggistica scientifica divulgativa diano l’impressione netta di non avere la minima conoscenza di quello di cui parlano. Sembrano dei completi sprovveduti che o si esaltano per cose scontate e di mediocre qualità oppure divagano nei luoghi comuni e parlano senza dire niente (ultimo questa mattina, Vittorio Giacopini a proposito di un libricino uscito per Il Saggiatore, Sbagliando non si impara, di Sara Garofalo, che per come l’ha presentato è sembrato il riassuntino scolastico di cose scontate mezze rimasticate e riproproste in modo semplicistico e fuorviante. Magari il libro è tutt’altro, non l’ho letto, ma questo è come l’ha presentato, ovviamente senza capire che erano un mucchio di banalità quelle che stava dicendo.)
      Questa debacle culturale sulla saggistica scientifica divulgativa è davvero la prova provata dell’ignoranza di fondo in materie scientifiche e dei molti gap culturali che esistono, non solo verso i lettori comuni, ma anche i professionisti del settore, gli specialisti (il gap che esiste anche tra molti accademici di materie scientifiche, il che è pure peggio).

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Questa voce è stata pubblicata il 28 febbraio 2021 da in Autori, Labatut, Benjamín con tag , , , .

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