2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Taccuini del deserto – Ben Ehrenreich

TACCUINI DEL DESERTO – Istruzioni per la fine dei tempi
Ben Ehrenreich
Traduzione di Michele Trionfera
Atlantide 2021

Il presente è un luogo dai confini spazio-temporali plastici che mutano adattandosi al particolare presente in cui ci si trova a vivere, come individui e come società. Il presente è il centro della narrazione, se si può descrivere come narrazione l’esistenza in un particolare luogo e in una certa epoca. Il centro narrativo pulsa e si deforma, assume le nostre sembianze, come individui e come società. Talvolta i confini con passato e futuro diventano porosi, gli elementi si mescolano, come le acque dolci quando si gettano nel mare, il grande mare del presente, ovviamente, ed è allora che passato e futuro ci sembrano più vicini, tanto da poterli toccare allungando la mano, ne respiriamo il profumo e il nostro spazio-tempo ci appare infinito, allungato a dismisura in ogni direzione tanto da potercisi perdere se ci si mette in viaggio. 

In altre epoche e luoghi, il presente ha confini impenetrabili e opachi, lo spazio è chiaramente delimitato, lo possiamo percorrere, ci possiamo costruire, abitare, ma nessuno si perde più in quello spazio. Poi vengono tempi nei quali lo spazio del presente si restringe ancora, la finitezza inizia a crearci uno stato d’ansia, quei muri invalicabili proiettano ombre che opprimono, le distanze di quel luogo si fanno troppo ridotte per poter distendere il respiro. Quando le cose si mettono male, il presente assume sempre più la forma di una prigione. Dapprima è una prigione che conserva ancora un senso di umanità, ma questo va svanendo velocemente, la prigionia si indurisce, gli spazi si fanno soffocanti, aria e luce iniziano a entrare con fatica, il luogo nel quale è collocata la prigione si trasforma in un’isola sferzata dai venti e dalle mareggiate, i muri trasudano umidità e salsedine, il presente è ora un carcere duro, fatto di solitudine, giornate sempre uguali, aria pesante intrisa di odori fetidi e di violenza. È allora che si annotano su taccuini i pensieri per la fine del tempo (End of Time, nel titolo originale).

Tutto il bel libro di Ben Ehrenreich, Taccuini del deserto, ruota attorno al presente come centro narrativo, un presente cha ha preso ormai le forme di una prigione dalla quale non sappiamo se mai ne usciremo, come ne usciremo, e nemmeno se mai ne abbiamo voluto o ne vorremo uscire. 
È un libro a suo modo apocalittico per il fatto di non cercare soluzioni o non immaginarsi vie d’uscita, ma solo constatare dove ci troviamo e descrivere la prigione che ci siamo costruiti attorno. Il presente non appartiene più all’individuo e al particolare luogo, il presente è sociale, è comune a tutti, come il luogo ormai è soltanto l’intera terra, diventata piccolissima e morente. 
È anche un libro malinconico e pieno di rimpianti, malinconia e rimpianti riempiono gran parte di quei taccuini, ed è un libro che racconta una storia personale, quella dell’autore, e delle riflessioni scritte su certi taccuini privati, sempre quelli dell’autore, dove però storia personale e taccuini privati diventano la storia e i taccuini di tutti, proprio perché il presente è comune e il luogo non importa più. Può essere il deserto del Mojave e Las Vegas dei taccuini di Ben Ehrenreich, la pianura padana e Milano, il litorale romano e Roma, le montagne dell’Atlante e Marrakesh, la campagna cinese e Pechino, la valle del Danubio e Vienna. La prigione non cambia, lo stesso i taccuini del recluso.
Questa è l’epoca della fine del tempo e noi ne siamo gli attori e i prigionieri.

Provavo a non alzare gli occhi, ma ogni volta che lo facevo era tutto uno strombazzare di pubblicità autoriferita, che parlava dell’esperienza a cui già stavamo prendendo parte. Con una certa frequenza, una nuova infornata di gente scivolava silenziosa sulla zipline, indistinte silhouette umane sfocate che scomparivano nell’accecante luce di sopra. La folla – e noi ne facevamo parte – mulinava senza meta, circolando come frammenti di plastica in balia della lenta ma inevitabile corrente di marea. Le persone entravano e uscivano dai casinò e dai bar, si fermavano per farsi un selfie, chiacchierare e persino flirtare, ma soprattutto si lasciavano trasportare mentre i loro sguardi scivolavano di nascosto da un aparte all’altra come in cerca di qualcosa di deplorevole.Quasi nessuno sorrideva. La violenza- muta, camuffata, eppure palpabile – fluiva negli spazi che separavano i corpi. L. mi chiese se la stava immaginando o se la percepivo anche io. Le assicurai che me la sentivo vibrare addosso.

In ogni prigioniero l’istinto che prevale è quello della fuga. I costruttori di prigioni questo lo sanno bene e infatti ogni prigione è costruita appositamente per reprimere la possibilità di fuga. Alcune, quelle che si vogliono dire umane, cercano addirittura di ingannare l’istinto rendendo la permanenza piacevole, per quanto ipocrita possa essere il tentativo di rendere piacevole una prigionia. Le altre invece l’istinto della fuga lo esaltano, ogni istante della prigionia è un memento all’idea di fuggire, di scavalcare quelle mura, di immergersi nell’aria, nella luce, di respirare a pieni polmoni, di non sentirsi in trappola. È questa la pena peggiore, hanno lasciato scritto tutti i carcerati.

Così è come ci si sente a vivere in questa epoca e i taccuini di Ehrenreich sono, a tutti gli effetti, le memorie di un recluso nella prigione del presente. Ecco allora la ricerca della libertà nel deserto la cui arida indeterminatezza nasconde sentieri misteriosi, voci che rimbalzano tra le pareti di roccia, milioni di vite che escono al calare della notte, e ancora depositi sotterranei di vita pronta a esplodere con le piogge, creature millenarie e poi le storie. Il deserto come luogo che conserva le memorie e le storie per millenni, storie di popolazioni antichissime scomparse, le cui memorie sono state cancellate perché ritenute inutili, le cui tracce sono sprofondate sotto colate di cemento o spazzate via in campi usati per esercitazioni militari, ma i cui echi il deserto miracolosamente ancora conserva. 

Si cercano storie e tracce del passato come tentativo di fuga dalla prigione del presente. Si cercano le parole e la memoria di popoli che il tempo ha spazzato via perché non compatibili con il loro presente. Si ritrovano e si trascrivono le parole lasciate da ribelli e visionari del passato che il loro presente ha rinchiuso in una cella, decapitato, bruciato, impedito di cambiare il corso degli eventi. Si riascoltano i canti di lingue scomparse, che raccontavano storie mai più raccontate dopo di loro.
Si cercano le tracce dei tanti presenti che si sono susseguiti fino al nostro, il presente-prigione della fine del tempo, le voci di coloro che immaginavano un futuro diverso, mettevano in guardia o si sollevavano contro il presente. 

Cos’è un rimpianto? Spesso si afferma con orgoglio di non avere rimpianti. Come a voler rivendicare una presunta purezza di intenti e di azioni. Eppure a guardare come si sono succeduti i presenti, non sembra che sia mai esistita qualcosa che possa dirsi “purezza di intenti e di azioni”, quindi di cosa non si hanno rimpianti? 
I rimpianti sono le occasioni mancate, ma anche l’illusione di aver mancato l’universo parallelo giusto, il dispiacere per quelle tracce cancellate di un popolo antico, per la morte nella solitudine di una prigione di quel certo visionario. Il rimpianto per il presente della violenza strisciante che riempie gli spazi tra le persone senza sorrisi, per il mondo che viene distrutto, per l’ipocrisia che ci accompagna e a cui spesso attribuiamo il valore di Storia o di Scienza o di Religione o semplicemente di Ragione. Il rimpianto sono le lacrime per un presente che poteva essere ed è stato cancellato per sempre.

I taccuini di Ehrenreich sono malinconici e pieni di rimpianti, ma anche ironici ed eleganti nelle citazioni erudite da personaggi storici per lo più dimenticati: filosofi vaneggianti, rivoluzionari indomiti, sciamani delle grandi pianure americane, poeti minori, storici contestati, tutti legati dallo stesso filo che attraversa i presenti, tutti sconfitti, tutti scivolati nel sottobosco dell’irrilevanza, tutti ricordati come appendici folkloristiche del grande corso della storia, quello che porta fino a noi, quelli che finalmente sono giunti sulla soglia dell’autodistruzione.
Il racconto si frammenta in salti tra luoghi, la descrizione delle piante del deserto e la miseria dei senzatetto di Las Vegas, tra tempi, i miti emersi dalle regioni estreme di Uruk e quelli della rivoluzione industriale, tra dimensioni, quella intima in contemplazione delle costellazioni nella pace dell’oscurità del deserto e quella politica della catastrofe del capitalismo. È un racconto avvolgente nel quale ci si può adagiare per rileggere i propri taccuini in parallelo con quelli di Ehrenreich, scritto con indubbia maestria, tutte le trappole tipiche di questo genere di opere vengono evitate con l’eleganza del giocatore che è stato anche un baro. 

È un libro che pone interrogativi, un libro che si schiera, anche se sa che la partita è persa da tempo, e un libro che ha la rara qualità di non finire quando le pagine finiscono ma persistere, impregnarsi nei tessuti, come i migliori profumi o i peggiori veleni. 

Vale la pena chiederlo di nuovo. È possibile scrivere senza saccheggiare? Lasciarsi alle spalle qualcosa di vero? Non parlo di una scrittura innocente. Questo testo non avrebbe senso. Intendo la scrittura che prende una posizione, senza compromessi o dissimulazioni o furti, che non sta solo dalla parte dei vivi ma anche dei morti, di tutti quelli e di tutto quello che questa società cerca di cancellare.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 13 agosto 2021 da in Atlantide, Autori, Editori, Ehrenreich, Ben con tag , , , .

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