2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

COSE. Questioni di un certo genere – AA.VV.

COSE – Questioni di un certo genere
AA.VV. –  Il Post
Iperborea 2021

Questo numero di COSE, pubblicazione ibrida tra saggio e giornalismo, curata da autori della redazione de Il Post e pubblicata da Iperborea, è dedicato al concetto di genere ed è innegabilmente di ottima qualità e utile per le informazioni che offre, per i pensieri che stimola, per le domande che svela.

Io non ho titolo per parlare di questioni di genere quindi leggo e cerco di imparare qualcosa da chi conosce la materia. Leggendo COSE ho appreso parecchio che non sapevo o sapevo male e credo che come me siano in molti a trarre beneficio da alcune spiegazioni.

Non solo spiegazioni ho trovato di buono in COSE, le testimonianze sono cariche di umanità, sono belle voci, la storia della femminilizzazione del colore rosa è interessante, poi il resto, che si legge tutto con piacere. È una bella iniziativa editoriale questa di COSE e conferma il buono che si può dire di chi fa Il Post.

Non serve aggiungere molto altro a questi apprezzamenti. Serve conservare spazio e voglia per altre osservazioni, tangenziali e oblique, narrazioni alternative, girare attorno all’oggetto e guardarlo da dietro, da sotto, perché è sfaccettato e rimangono zone d’ombra.

Posso vantare qualche piccola competenza e interesse nel parlare di polarizzazioni, di metodi tipici delle prospettive binarie e di patti con il diavolo. Quindi, in buon spirito non binario ho alcune osservazioni da fare. Sono osservazioni critiche, forse eccessive, sicuramente non condivisibili, ma è anche a motivo di queste, oltre alla oggettiva qualità editoriale, che mi sento di consigliare moltissimo la lettura di questo numero di COSE.

Quando si parla di polarizzazione sui social media, nelle opinioni, nella stampa, non è altro che un modo diverso, più elegante in senso omologante, più forbito secondo la moda accademica, più preciso secondo un certo scientismo, di quello che si è sempre inteso quando si faceva la colonna dei buoni e dei cattivi, con le guardie e i ladri, gli ebrei e i gentili, i credenti e i miscredenti, i guelfi e i ghibellini, i bianchi e i neri, nativi e foresti.
Noi e Loro.
Niente di nuovo e di scandaloso quindi rispetto all’atavica tendenza a dividere il mondo in due parti. Comunque lo si voglia chiamare questo innato tribalismo, tre elementi ritornano sempre, sempre loro, come una legge di natura, come una nevrosi, come una profezia:

Primo elemento.
Sono sempre due i poli antagonisti, come i corni del dilemma. A volte se ne citano tre o più, ma solo per educazione, per non sembrare troppo grossolani, ma due e solo due sono quelli che contano quando si smette di fare dell’accademia e si inizia a vivere nei mondi polarizzati.

Secondo elemento.
Il polo avversario lo si sceglie, non è questione di biologia, come tra la mangusta e il serpente che nascono nemici e non possono che vivere essendo tali. Nei fenomeni di polarizzazione il nemico è scelto oculatamente, in modo strategico, niente è biologico. Da questo discende anche che tra i poli avversari si instaura il patto tacito che solo loro saranno gli attori della sfida. No a terzi incomodi, no trilaterali, no a chi vuole rubare la scena. Questo è anche il motivo per cui capita spesso che chi si intromette per far da paciere tra due che si menano finisce menato da entrambi. Se tra i due che si picchiano c’è un accordo implicito, il paciere che lo viola diventa il nuovo avversario.

Terzo elemento.
Per quanto polarizzato, ideologizzato, estremizzato possa diventare uno scenario, gli esseri umani rimangono sempre i soliti, nel bene e nel male, uomini e donne spesso simili ma non sempre, largamente prevedibili ma non del tutto, sociali ed egocentrici, spesso animati da buone intenzioni ma sempre con anche quelle cattive pronte all’uso, talvolta con grandi qualità ma anche grandi difetti, in ogni caso vesciche gonfie di ipocrisie, paure, egoismi, contraddizioni, confusioni, euforie, depressioni, nevrosi, stupidità, crudeltà, indifferenza, falsità. Vesciche sempre sul punto di scoppiare e costantemente impegnate a evitarlo.

Di questi tre elementi ci si dimentica spesso nei discorsi. Anche nei libri o negli oggetti editoriali ibridi come è questo COSE. Ci si dimentica che esistono sempre, anche in chi scrive COSE, e allora ecco che in maniera apparentemente spontanea e logica nasce la descrizione di uno scenario perfettamente coerente, coerente anche nelle sue naturali incoerenze. Nasce una narrazione e si dice che corrisponde alla realtà.
Non è quasi mai così.

È la realtà di chi ha preso la parola per dire che occorre scaraventare fuori dalla finestra la concezione binaria della realtà, per dire che l’avversario sono i paladini del binarismo, conservatori dello status quo, e per dire che l’azione intrapresa è unitaria, coerente con i principi di inclusività, non discriminazione, giustizia.

Cosa c’è di male in questa realtà, a meno di non essere reazionari conservatori del binarismo tradizionale, marionette pilloniane, fascioburattini o fanatici religiosi?
Niente, sarebbe una realtà perfetta, se fosse una realtà invece di essere una narrazione.
Manca un pezzo, uno importante.

Pensando a questo COSE, cosa c’è dentro e cosa è stato lasciato fuori? Come viene detto quello che si vuole dire? E a chi si parla? In che modo? C’è parecchio da discutere, molto di non detto, molto di presunto.

La differenza tra una narrazione e una realtà quando ci si confronta con il concetto di binario, è che la narrazione spesso si ferma al momento epico nel quale il Nostro polo, Noi, gli Inclusivi, i Non discriminanti, quelli che sanno di essere dalla parte del Giusto e che la Storia riconoscerà come tali, scaraventano la concezione binaria del mondo fuori da una finestra e con quella tutti i suoi ammuffiti paternalismi, perbenismi, maschilismi eccetera. La narrazione fotografa il gesto plastico dell’eroe, ne scolpisce le forme ideali, ne restituisce la bellezza che riempie d’orgoglio. E si ferma.

La realtà prosegue invece.
Prosegue sempre, mentre la narrazione si ferma sempre.

Non è raro che possa avvenire un fatto sorprendente: quelli del gesto plastico, i Nostri, Noi, dopo la defenestrazione del binario e il trionfo nella battaglia tra poli avversari, si volgono, tornano sui loro passi, vanno all’ingresso principale della residenza e con un sorriso spalancano il portone all’ospite, accolto con il calore che si riserva a un caro amico ritrovato. Ecco la sorpresa: l’ospite accolto con tanto affetto non è altri che il concetto di binario poco prima defenestrato.

Si contrasta un concetto binario di realtà adottando le stesse pratiche, metodi, argomenti e tattiche di chi trae senso da un mondo polarizzato, binarizzato e determinato a mantenersi tale. Si combatte la battaglia al pensiero binario con le armi del mondo binario.
Non è profondamente umana questa incoerenza di fondo?

Questo, secondo un certo mio modo personale di leggere il presente, è, in parte, quanto si trae dall’edizione di COSE dedicata alle questioni di genere. Non c’è molto da dire sul fatto che la concezione binaria sia l’avversario da sconfiggere, lo status quo e la trincea del conservatorismo retrogrado. Non è necessario dilungarsi in molte spiegazioni sul fatto che il giusto sta nell’ampliare la sfera dei diritti, del riconoscimento delle caratteristiche, inclinazioni e sentire individuali, sul dare pari dignità a tutte le concezioni di sé e del proprio genere, indipendentemente dal sesso biologico, sul rimuovere differenze binarie artificiose già a livello biologico, infinitamente di più a livello sociale e civile.

Tutto questo è contenuto in COSE e lo si può condividere interamente e tuttavia trovarsi a non condividere la realtà che esce dalla sua narrazione che, simile alle pratiche di molte attiviste e attivisti, attinge in pieno al repertorio del mondo binarizzato e dimentica spesso quei tre elementi fondamentali che citavo prima. La faccenda qui diventa paradossale per il corto circuito che si crea tra contrasto alla società binaria con metodi e posizioni binarie.

La domanda cruciale ora diventa in che modo gli autori ed editori di COSE abbiano abbracciato pratiche binarie. La risposta è tautologica: perché il terzo non è mai dato in tutto quello che viene presentato, eppure il terzo, il quarto, il quinto e molti altri esistono nella realtà. Vengono cancellati nella narrazione.

In tutto il numero di COSE dedicato a questioni di genere, l’ectoplasma costantemente presente è quello dell’avversario d’elezione, l’alter ego, lo speculare, il pupazzo pilloniano, la fasciomarionetta, l’invasato religioso. Quello è l’Altro che le attiviste e attivisti, giornaliste e giornaliste, autrici e autori hanno scelto e, in modo speculare, gli altri hanno scelto loro come avversari.
C’è un evidente patto implicito da mondo polarizzato tra i Nostri e gli Altri, un patto che prevede di spartirsi la scena e scagliarsi addosso di tutto. L’importante è che non emergano terze, quarte, quinte, mille altre voci. Se emergono, fanno la fine del paciere menato.

Il libretto è pieno di esempi. Tutta la narrazione sull uso della schwa come genere neutro si fonda sul presupposto di non ascoltare voci contrarie sulla base di considerazioni non di principio, ma lessicali, linguistiche, di uso e trasformazione della lingua, di significato e di comunicazione. A chi solleva obiezioni dicendo che si tratta di una cattiva scelta perché peggiora la capacità comunicativa e complica la comprensione, oltreché di una manipolazione artificiosa della lingua che è oggetto che evolve con l’evolversi della società non con impianti di protesi artificiali, non viene risposto sul merito ma si risponde sul piano ideologico, quando si risponde. Nel caso di COSE, semplicemente si ignora l’esistenza delle diverse opinioni. Nel mondo binario, chi non è d’accordo o appartiene agli avversari oppure non esiste. Nella lingua della schwa, il principio di neutralità diventa la trincea della non neutralità.

Ancora, in tutto il numero di COSE, l’evidente non inclusività nei confronti di punti di vista ed esperienze e mondi non occidentali medioborghesi viene citata sorvolando velocemente e forse con una punta di disagio sul mondo, il mondo inteso letteralmente questa volta, di culture, società, epoche nelle quali ciò che si è manifestato, per stessa ammissione degli autori, non è riconducibile o non si riconosce “pienamente” nel concetto occidentale di genere.

I casi dell’India e il sud-est asiatico, i berdache dei nativi americani (a questo proposito, consiglio alle autrici e autori di COSE e a tutti, il meraviglioso libro di Tom Spanbauer, L’uomo che si innamorò della luna), i travesti brasiliani e tutti gli altri sono solo abbozzati in un passaggio frettoloso, con quel misto di benevolenza e distacco dell’occidentale che riferisce di strani costumi esotici intravisti durante il tour guidato.
L’enormemente rilevante e lunghissima tradizione degli eunuchi che ha attraversato i secoli e la cultura anche occidentale viene ignorata. Di nuovo, i metodi del mondo polarizzato non sono compatibili con culture, società ed epoche che non si riconoscono in Noi o Loro.

Analogamente, e qui si infila nella narrazione il tipico espediente dialettico del complesso di inferiorità italico, quando si citano stati nei quali limitazioni presenti in Italia sono da tempo state rimosse, si costruisce solo l’esempio funzionale alla narrazione, nascondendo lo scenario complessivo. È il caso della gestazione per altri, pratica che innegabilmente contiene elementi di enorme criticità in un contesto molto più ampio del caso di coppie trans biologicamente impossibilitate alla gestazione. Citare semplicemente il fatto che tale pratica l’Italia la vieti e diversi paesi la permettano, senza contestualizzare anche le argomentazioni critiche, cancellando le condizioni nelle quali questa pratica si svolge nei differenti luoghi e le profondissime contraddizioni sociali che spesso esacerba è una narrazione che ci si aspetta da attiviste e attivisti del mondo polarizzato immersi fino al collo in una cultura e un pensiero binario.

Questi sono solo alcuni esempi di un atteggiamento molto comune e molto peculiare del nostro tempo: l’inclusività selettiva, la binarietà combattuta con metodi binari, lo status quo della polarizzazione costruito e difeso da chi dice di combattere lo status quo, la cancellazione di tutto il resto, la decontestualizzazione, il promuovere a generale quello che è parziale, i diritti che pesano diversamente a seconda di chi ne beneficierà, l’interesse globale dichiarato, quello particolare perseguito.
Niente di questo è cosa nuova. Vale per tutti i gruppi sociali e movimenti politici.

Un ultimo esempio che non riguarda direttamente COSE, ma lo riguarda in qualche modo lo stesso è il matrimonio tra coppie omosessuali, una delle grandi battaglie moderne per i diritti civili. Una storia di successo almeno nel mondo occidentale, visto che si è largamente diffuso e laddove ancora non lo è, come in Italia, si può dire sia un segno inequivocabile di arretratezza culturale.

Ma, è inclusivo?


Dipende.
Inclusivo per chi?
Inclusivo di cosa?

Dipende da chi si considera come parte da includere e chi invece viene ignorato.
È certamente inclusivo per quelle coppie omosessuali che vogliono sposarsi.
Non è inclusivo per tutte quelle unioni che invece rifiutano il matrimonio come atto obbligato per ottenere il pieno riconoscimento del loro essere una famiglia, qualunque sia la ragione, qualunque sia il loro concetto di famiglia o di coppia o di nucleo familiare.

Permette di allargare i diritti? Senza dubbio ad alcune coppie omosessuali, ma è vero che nessuno ne perde?
Chi non ha i diritti che vengono con il matrimonio pur considerandosi una coppia o una famiglia, si trova più vicino o più lontano dall’averli dopo l’approvazione del matrimonio tra coppie omosessuali?
Tu saresti veramente disposto o disposta a mettere la mano sul fuoco che non esiste una conseguenza collaterale negativa, anzi nefasta, che allontana dai diritti un gruppo consistente di persone che hanno una concezione diversa di famiglia da quella rappresentata da un matrimonio?
Io la mano sul fuoco non la metto.

Qual è lo scopo del matrimonio se non quello di discriminare le coppie sposate dalle coppie non sposate? Impedire che nascano concetti di famiglia diversi da quello tradizionale ma ugualmente riconosciuti.
Quale altro scopo ha il matrimonio tra coppie omosessuali se non quello di applicare una inclusività selettiva finalizzata all’accesso ai diritti concessi da un’istituzione discriminatoria ai danni di tutti coloro, molti, che non rientrano nella classificazione binaria tra coppie che si sposano e formano una famiglia e tutto il resto delle non-famiglie?

A questa obiezione, non nuova, la risposta tipica è che si tratta di un passo intermedio verso una futura vera inclusione nella sfera dei diritti di tutte le forme di famiglia.
E qui tocca ricordare il terzo elemento che si tende a dimenticare, gli uomini e donne sono le stesse vesciche gonfie di sempre che necessitano di narrazioni e giustificazioni per non esplodere.
La realtà che si vede da questo punto di vista è che il progresso civile ottenuto con il matrimonio omosessuale sia in realtà un insperato consolidamento di una idea tradizionalista della società che era in grande difficoltà con la perdita di autorità della Chiesa e ha invece trovato un nuovo punto di appoggio stabile. L’aiuto che viene dall’avversario è sempre il più prezioso.

È del tutto naturale che questa mia opinione sul matrimonio sia molto discutibile e venga contestata da chi è stato o sarebbe ben felice di sposarsi e in generale da chiunque non consideri valida la premessa. Ma il punto non è questo. Il punto non è stabilire quanti, molti o pochi, possano essere d’accordo.
Il punto è che per chi ha posizioni come questa, non riconducibili a quanto sostengono i due poli, non c’è alcuno spazio, è fuori dal dibattito e visto con palese fastidio da entrambi. Questa è la polarizzazione e la concezione binaria, la non inclusività, quasi mai riconosciuta dagli attivisti per la non binarietà.

È solo un esempio, ma qualcosa di simile vale anche per COSE e il suo cercare di spiegare bene ma solo fino a un certo punto, vale per i discorsi che si fanno sui principi che prendono la forma di narrazioni che prima o poi sempre si fermano, vale per la artificiosa plasticosità della schwa, vale per gli avversari che ci si sceglie e coi quali ci si allea, vale per le rivendicazioni dei diritti che non si vuole mai ammettere ma talvolta sono a somma zero, vale per molto altro e a mio modo di vedere se ne dovrebbe parlare di più e fare sapere che se ne parla.

Si può dichiarare di volere combattere la natura binaria e non inclusiva della società, ma nello scegliere di adottare come tattica le pratiche binarie e polarizzatrici si realizza il più classico dei patti con il diavolo.   

  

Un commento su “COSE. Questioni di un certo genere – AA.VV.

  1. felice567
    19 dicembre 2021

    Complimenti. Molto ben argomentato. Condivido molto dell’analisi della polarizzazione delle narrazioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 dicembre 2021 da in AA. VV., Autori, Editori, Iperborea con tag , , , , , .

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