2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Works – Vitaliano Trevisan

WORKS – Edizione ampliata
Vitaliano Trevisan
Einaudi 2022

Scriveva Vitaliano Trevisan in quella specie di postfazione che hanno aggiunto alla nuova edizione di Works per giustificare il sottotitolo di Edizione ampliata:

Il problema è che chi legge non solo si fa un’opinione su ciò che ha letto (spesso senza nemmeno aver letto), ma anche, direi soprattutto, si fa un’opinione su chi ha scritto. Qualsiasi cosa si scriva, sembra non si possa fare a meno di andare a vedere se dietro le parole, anche le più chiare e precise, non vi siano delle altre parole, un qualche movente nascosto, una qualsiasi cosa utile a dividere il mondo in un noi e un loro – e se non si è con loro, si è contro di loro.

In teoria ha ragione al 100%. In pratica ha torto al 100%. Sfortunatamente viviamo nel mondo della pratica, non nel mondo della teoria. E questo senza notare che scrivere un libro che si dichiara essere un memoir (lo dichiara) ovviamente in prima persona, parlando di sé e lasciando credere che sia una narrazione autobiografica, non aiuta il lettore a mantenere una lucidità di pensiero sufficiente per non confondere autore e personaggio. Quindi, se a cento lettori di Works domandate se quello che hanno letto è la narrazione della vita (o parte della) di Vitaliano Trevisan e che quindi autore e personaggio coincidono al 100%, io scommetto quello che volete che in cento risponderanno affermativamente.
C’è qualcosa che non torna.

Per fare il discorso che dopo un certo rimuginare e rimestare ho deciso di fare, altre cose non aiutano. Primo il fatto che si sia suicidato da poco, relativamente parlando. E che a leggere sempre la specie di postfazione infilata dentro dall’Editore sembri quasi preannunciarlo aiuta ancor meno. È chiaro che l’evento così ravvicinato induce un riflesso emotivo del quale sento le unghie sul collo e questo non aiuta proprio per niente la discussione.

Poi non aiuta sapere che Vitaliano Trevisan stesse sul cazzo a parecchia gente, lo sapeva, lo scriveva, lo rimarcava, ha voluto stare sul cazzo a parecchia gente. Non aiuta perché con il discorso che mi sono ripromesso di fare rischio di finire accomunato alla categoria di quelli a cui Vitaliano Trevisan stava sul cazzo, e la cosa non solo non è vera anzi è addirittura il contrario del vero perché io nutro profondo senso di vicinanza umana nei confronti di Trevisan, ma anche perché sono praticamente sicuro che a me stiano sul cazzo quelli a cui Vitaliano Trevisan stava sul cazzo. E ancora non aiuta il fatto che più e più volte durante la lettura mi sia fermato a pensare Cazzo fra’, ti capisco, capisco cosa intendi, capisco perché sei scivolato dove sei scivolato, le crisi, capisco perché quelle ti stanno tutte sul cazzo, capisco la rabbia, capisco… capisco…Questo non aiuta per niente. Primo perché ti ricordo il trafiletto che ho trascritto e che io ho ben presente da tempo immemore, e appena penso Cazzo fra’ ti capisco… parte in quarta e sento che dice Ma cazzo fra’ cosa? Chi capisci? Con chi credi di parlare? È inchiostro sulla pagina, non è fra’.
E allora mi riprendo e penso Ah cazzo è vero. Poi non aiuta per niente perché qualunque critica io possa muovere a Trevisan, so benissimo che potrei alzarmi, andare allo specchio e ripeterle parola per parola, aggiungendone anche non poche altre.

Per questo so che quello che mi sono ripromesso di dire non mi riuscirà di dirlo bene. Metto le mani avanti. Però non dirò una parola su Trevisan ma solo su Works. Primo, è un gran libro che dà assuefazione e come tale sembra quello che in effetti non è. Ci sarebbe da discutere su cosa voglia dire “sembra” e “in effetti è”, ma non c’è tempo. Basti dire che qualunque cosa e chiunque sembra ciò che in effetti non è, per cui osservarlo di Works è un po’ come constatare l’ovvio, se non fosse che questo libro è invece fatto ad arte per convincere che ciò che sembra è ciò che in effetti è. Ma nemmeno questo è del tutto vero. Trevisan era un grande scrittore mica perché sapeva raccontare bene della meschinità veneta, che poi è la normale meschinità umana, o della sua peripatetica ricerca di lavoro o ancora della fanghiglia umana che si incontra tra il culturame nazionale. Queste sono cose che dicono e scrivono in tanti, chi più chi meno bene, ma ormai sono talmente scontate che non fa differenza. Avevo detto che non avrei detto una parola su Trevisan e invece l’ho detta subito. Era un commento indispensabile al discorso.

Quindi Works non è un gran libro per quello che dice di carattere diciamo socio-economico-antropologico, che alla fine sono per lo più ovvietà, incluso il fatto che il mondo di Works sia un universo totalmente misogino nel quale le donne, con l’unica eccezione delle prostitute, immancabilmente producono sofferenza, rabbia, ingiustizia, infelicità e una vita miserabile negli uomini con cui vengono in contatto, che siano figli, fratelli, mariti, colleghi, amanti, conoscenti o parenti acquisiti. Capisco che ci potrebbe essere qualcuna che ci rimane male a sentire questa cosa, ma sto riportando quello che dice il Trevisan protagonista del memoriale, non il Trevisan autore che non so cosa pensasse.
Oppure che nel mondo dei rapporti umani la norma sia che c’è costantemente qualcuno che cerca di incularti, schiavizzarti, opprimerti, punirti o farti un predicozzo. E pure che il mondo del lavoro, delle professioni alte e basse, di concetto e di manualità, il mondo dei cosiddetti professionisti, pure dei professionisti di grande reputazione e guadagni, sia densamente popolato da imbecilli, imbecilli a tutto tondo, straordinariamente imbecilli. Chi non le sa queste cose?
Scommetto ancora quello che volete che se prendete cento persone e chiedete se queste cose le trovano sorprendenti, in cento risponderanno Neanche un po’.

Quindi rimane il memoir camuffato da autobiografia. Anzi meglio, io sono certo che il canovaccio, l’impostazione generale sia effettivamente autobiografica, per una questione di praticità, come fa il bravo mentitore che mente il minimo indispensabile ma non di più. Mente quel tanto che basta per far credere a chi ascolta esattamente quello che voleva far credere.
Allora qui viene spontanea la domanda Che cosa voleva far credere Trevisan? Domanda da rifuggire immediatamente per via del trafiletto iniziale e del fatto che l’unica risposta assennata possibile sia Boh! Che ne so!

Però, concentrandosi sull’opera e non sull’autore, rimane il fatto che il memoriale o memoir che dir si voglia, qualcosa che non sia ripetere le ovvietà sulla miseria della condizione umana borghese veneto-italiana ha cercato e soprattutto è riuscito a fare, perché non devi dimenticare che Works è un gran libro che riesce assolutamente nel suo intento, per quanto si possa rimanere perplessi su quale sia questo intento, dell’opera, non dell’autore. Una possibilità che ho preso in considerazione e trovo piuttosto convincente è che Works sia in realtà una pura drammaturgia, ha un impianto teatrale nel quale il colpo da maestro è stato di farla sembrare autobiografica, cosa che disorienta sempre il lettore o lo spettatore. È l’effetto della dicitura “tratto da una storia vera” che da sola alza automaticamente la qualità percepita di qualunque narrazione o visione. Sarebbe da discutere del motivo di questo riflesso automatico che agisce sul sistema limbico e, immagino, provochi la secrezione di qualche ormone dell’ipersalivazione o dell’autoerotismo, non so, comunque qualcosa di un po’ morboso, mi pare. Sicuramente se ne è già discusso in lungo e in largo.

In questa mia vaga impressione di drammaturgia camuffata da autobiografia e senza dubbio tratta da una storia vera, mi sento confortato dalle parole stesse di Trevisan quando dice «sembra non si possa fare a meno di andare a vedere se dietro le parole, anche le più chiare e precise…» perché mi dico che per capire Works si debba guardare con attenzione le parole che sono scritte e come sono scritte, lasciando andare il discorso un po’ in sottofondo. La prima cosa che ho notato, e sulle prime non gli avevo dato peso, è che tutti gli accenti gravi delle parole in i e in u sono sbagliati… cosí, piú etc. La prima reazione, scontata e per questo sciocca, è stata di denigrare l’Editore… eh ma guarda che roba e checcazzo ma manco una rilettura… bla bla bla. Poi però la cosa si ripeteva troppo per poter essere considerata solo sciatteria editoriale. Cioè, è ovvio che Einaudi, l’editor, la correttrice di bozze, chiunque ha professionalmente avuto a che fare con Works lo sa che ci sono gli accenti sbagliati. Tra l’altro Trevisan dice qualcosa a proposito di un contratto editoriale nel quale ha preteso che non ci fosse nessun editing. Se è da contratto, allora possono benissimo starci tutti gli accenti sbagliati. Interessante, secondo i miei criteri. È un glitch, un pixel bruciato nel mare di pixel ad alta risoluzione perfettamente funzionanti che risalta come il più importante tra tutti i pixel proprio per la sua natura difettosa. Lo stesso quegli accenti sbagliati, i caratteri di stampa più rilevanti dell’intero testo, sono lì per farsi notare, interrogare. Ho perfino pensato che proprio quegli accenti sbagliati, che non compaiono ad esempio in Black tulips, il libro postumo di Trevisan, fossero la chiave di lettura…«sembra non si possa fare a meno di andare a vedere se dietro le parole, anche le più chiare e precise…»… allora facendo a meno di andare a vedere dietro le parole cosa vedo? Gli accenti sbagliati e su quelli devo rimanere per quanto insignificanti possano sembrare.   

Poi la faccenda di Bernhard, cioè la presunta faccenda di Bernhard, che il personaggio Trevisan, distinto dall’autore Trevisan, ripete spesso di esserne ossessionato. Niente di strano, un sacco di gente lo è o lo è stata ossessionata da Bernhard, ma quando lo dice, e ricordo almeno due passaggi, il personaggo Trevisan prende a imitare in maniera caricaturale il celeberrimo modo circolare di costruzione delle frasi di Bernhard, peraltro piuttosto facile da imitare se si tratta di farne la caricatura.
E io di nuovo su quello mi fermo, non vado dietro le parole, ci sto sopra e vedo questo scherzo evidente.

Capisco che sarebbe molto più facile rimanere sul senso apparente della storia vera dell’Italia industriale del riflusso e disfacimento borghese, ma continua a sembrarmi stonata questa sintesi, seppure sia innegabile che corrisponda al vero, almeno per una certa interpretazione della verità.
Più ci penso e più mi trovo d’accordo con l’esortazione a non andare dietro le parole e con questo non domandare Perché? Perché l’ha scritto? Cosa dice? Cosa dice davvero? Non domandare per non dover rispondere, non cercare di spiegare quell’ambiguità di fondo che mi è rimasta addosso, ambiguità che non so o non voglio sapere da dove scaturisce, voluta o accidentale che sia, diretta o riflessa, generata o respirata, che sia una cosa o il suo contrario. Se è drammaturgia, allora quello che conta è la messa in scena e la recitazione, non la funzione o la comunicazione.

Però mi manca Trevisan, cazzo se mi manca.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2023 da in Autori, Editori, Einaudi, Trevisan, Vitaliano con tag , , , .

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